La nuova scuola di Marika

Prati verdi su cui giocare, biciclette, bambini impegnati in compagnia presi da mille giochi, palloni colorati, un cielo azzurro intriso di tramonto e in lontananza la sua nuova scuola, ancora chiusa ma che ricordava che settembre era già iniziato da un giorno. La malinconia mista a eccitazione per il nuovo anno, per i compagni ritrovati, la routine di tutti i giorni, la felicità per il proprio mondo che torna a girare nel modo di sempre.

Sarebbe stata felice anche Marika, quel pomeriggio a passeggio con mamma, papà, zia e sorellina nel grande parco. Sarebbe stata davvero felice se quello fosse stato il suo mondo. Non lo era: il suo era rimasto dall'altra parte di dieci ore di autostrada. Il suo paese era vicino a un bosco che quell'estate degli uomini cattivi avevano bruciato! La sua casa si era salvata ma papà aveva detto che "le mie bambine non devono crescere davanti a tutti questi alberi bruciati". E poi quell'odore...

Marika aveva protestato: non sentiva nessun odore! Sì, ok... ce n'era un po' ma poteva sopportarlo. I grandi però non avevano sentito ragioni: bisognava andarsene e i suoi pianti per l'addio ai luoghi in cui era cresciuta, ai compagni di banco, alle amichette, le avevano portato coccole ma non avevano fatto cambiare idea ai genitori. Avrebbe vissuto in una città del nord, nella casa della zia che era rimasta vedova molti anni prima, aveva spazio ed era felice di avere due bambine, la sorella e il marito per casa.

Un mondo nuovo...

Nel giro di poche settimane il mondo che conosceva non c'era più. Nata e cresciuta in un paesino del centro sud circondato dalla natura, dove poteva scorrazzare in bici senza il timore delle auto e dove tutti si conoscevano di nome, ora viveva in una città piena di macchine e rumori. Almeno la zia abitava in una strada che non era al centro della città! All'inizio c'era la piazza con la chiesa, in fondo c'erano campagna e villette... ma a Marika era stato proibito di andarci da sola: "questa è una grande città, non un paesino! E poi c'è il passaggio a livello, ci sono le macchine..." le era stato gridato dal papà e dalla zia, preoccupati per la sua sicurezza.

I familiari di Marika non erano severi e le volevano tanto bene ma ai suoi occhi erano diventati prepotenti, ingiusti e cattivi perché non l'avevano ascoltata quando non voleva partire, perché si mostravano felici o forse lo erano davvero mentre lei non riusciva a darsi pace per le amichette lasciate giù. La sera prima della partenza aveva tentato il tutto per tutto: "ma non pensate a Elena?! Come farà senza la sua tata adorata?!". Elena era la sua sorellina di nemmeno un anno, soffriva di asma e la malattia era una delle ragioni che avevano spinto il papà a scappare da quella terra bruciata. Il papà spiegò nuovamente a Marika questo fatto e a lei non restò che andare buona buona in camera a preparare la valigia.

La natura verde era un miraggio proibito: i bambini non devono attraversare i passaggi a livello da soli!

Ci riprovò un giorno quando la sorellina inciampò, cadde ed esplose in un pianto disperato: "forse ogni tanto dovremmo andare giù, Elena potrebbe vedere la tata che la fa smettere di piangere con un sorriso!". La madre paziente le rispose di non " usare" la sorellina a quel modo e che comunque Elena era più brava di lei: non faceva tante storie, giocava con un niente e poi li c'era la zia per cui andava matta. E infatti Elena aveva già dimenticato le lacrime e stava ridendo felice in braccio alla zia. "ma uffa!" sbuffò Marika...

Marika non poteva saperlo, perché i familiari facevano di tutto per nasconderglielo e proteggere l'innocenza dei suoi 9 anni, però mamma e papà non erano così sereni come dicevano. Lasciare una casa già pagata, cambiare città, cercare un nuovo lavoro per papà e anche invadere casa di zia non era stato facile e c'erano pochi soldi. Il papà aveva dovuto accettare il primo disponibile e rassegnarsi a guadagnare meno di prima e faticare di più . La zia, pur felice di avere per casa l'amata sorella e i suoi figli, si era vista le abitudini stravolte e la mamma, a cui piaceva parlare con le amiche, ora si trovava sola in una realtà così diversa da quelle stradine in cui ci si poteva affacciare e chiacchierare con vicine cresciute li e conosciute sin dai tempi della scuola.

A Marika non veniva negato nulla: giochi, quaderni, libri per la scuola. Era grande: stava già per iniziare la quarta elementare e la sua scuola era bella e immersa nel verde... almeno quella! La zia era molto dolce e nonostante qualche difficoltà iniziale ad adattarsi alla vita in 5 era felice. Non aveva mai avuto figli e il marito era mancato qualche anno prima, ma non voleva parlarne e per Marika era una di quelle " domande a cui i grandi non vogliono rispondere" con cui spesso i bambini devono convivere.

La nuova vita a casa di zia

La zia era molto credente: andava sempre in parrocchia! Certo anche Marika nel suo paese andava a Messa la domenica mattina e a catechismo il venerdì, però poi basta! Zia invece tutti i pomeriggi e qualche sera diceva "vado in parrocchia" e Marika pensava che le piacesse tanto dire le preghiere! Un giorno, durante i suoi instancabili tentativi di convincere i familiari a tornare a casa, arrivò a dire che "la zia va a dire le preghiere perché vuole che ce ne andiamo! Torniamo a casa, daaaaaaai!" ottenendo per tutta risposta il doloroso segno di 5 dita sulla guancia. La zia sì pregava tanto ma in parrocchia andava spesso per fare volontariato e, in fondo in fondo, stare in compagnia con altre persone ormai amiche. Piano piano coinvolse anche la mamma di Marika che qualche pomeriggio le affidava Elena e andava in parrocchia. "Ma uffa!" sbuffava Marika che era buona, stava bene con la sorellina ma proprio non riusciva ad ambientarsi e nessuno voleva capirlo, anzi tutti le sembravano sempre più felici di essere andati li.

La scuola intanto era cominciata da un po'. Marika andava benino e si era anche fatta qualche amichetta, però faceva continuamente confronti: i maestri a casa erano più pazienti, le amiche di casa erano più simpatiche, a casa poteva andare da sola in giro con loro, a casa, a casa, a casa... alla fine le sue amiche della "nuova" casa si arrabbiavano e spesso lei usciva da scuola con gli occhioni lucidi.

Un incontro inatteso

La via della zia era sempre piena di macchine...

Proprio il pomeriggio di una brutta giornata di lacrime fu zia ad andare a prendere Marika... già, perché lei non poteva neanche tornare da scuola sola: per arrivare a casa di zia si doveva attraversare una piazza piena di macchine! La zia vedendola ancora una volta così triste si ingegnò per far sorridere la nipotina tanto amata. Di colpo le venne un'idea e sorridendo disse: "senti Marika, questa sera si incontrano alcuni miei amici e racconteranno storie di bambini e bambine come te! Hai voglia di venire? Dai, è bello!". Marika non ebbe tanta scelta: la zia era decisa e il luogo dell'incontro, immancabilmente in parrocchia, era a metà strada fra la scuola e casa. Zia voleva andare li e li sarebbero andate, anche se Marika già immaginava di dover dire tante preghiere... "divertente? incontrarsi in chiesa?! A casa non ci si incontrava in chiesa..."

Marika era entrata con gli occhi ancora tristi pensando a casa sua ma uscì con un turbinio di idee, mille e mille foto di bimbi e bimbe bellissime che le erano passate davanti agli occhi e il ricordo delle tante persone conosciute e dei tanti racconti di grandi che però erano simpatici e che avevano accolto lei e la zia con parole gentili. Aveva anche visto qualche sua compagna, presente con i genitori, che aveva adottato un "bimbo alla distanza" o qualcosa così: adesso era tardi e la sua testolina cominciava a rimescolare tutte le parole sentite. A casa cenò, poi subito a letto perché era tardi e papà era un po' arrabbiato con la zia, chissà perché...

Un nuovo sogno e un nuovo ostacolo

Il mattino dopo a scuola c'era il maestro di italiano e si doveva fare un tema: "descrivi un incontro importante". Lei non perse l'occasione di raccontare per filo e per segno gli eventi della sera prima che ora ricordava benissimo... anche troppo! Infatti da quel giorno non fece che parlare dei bambini dell'India che erano tanto poveri e che grazie al "gruppo delle missioni", come lo chiamava sempre lei, potevano andare a scuola ma che non era come da noi, loro vivevano tutti insieme, giocavano, dicevano le preghiere insieme, alcuni pescavano e andavano alla chiesa sulla spiaggia! E poi via di descrizioni delle foto viste e di richieste, continue richieste, di poter fare qualcosa anche lei. Voleva a tutti i costi un fratellino a distanza, un fratellino indiano. Era disposta a dare i suoi risparmi e a rinunciare a tutti i regali.

Purtroppo l'insistenza di Marika si scontrava con il rifiuto gentile della mamma che le spiegava che non avevano abbastanza soldi per versare la quota annuale e che non era giusto aiutare un bambino per un anno e poi abbandonarlo. "Magari più avanti quando il papà troverà un lavoro migliore o Elena sarà più grande e potrò lavorare anch'io. Allora vedremo ma adesso no, non possiamo proprio..."

Più secco il papà: non voleva sentirne parlare assolutamente e rispondeva "non sono cose che una bambina può capire!", una risposta che Marika proprio non sopportava perché lei sì era piccola ma non era mica scema e poi aveva capito benissimo che al papà non piaceva il gruppo missioni! Una sera glielo urlò aggiungendo che era un uomo cattivo e insensibile! Venne mandata dritta dritta in camera "e per stasera non farti più vedere!". Il papà poi si rivolse alla zia con un tono duro che Marika, accovacciata dietro la porta della sua cameretta, non gli aveva mai sentito usare: "ma cosa metti in testa alla bambina! Abbiamo pochi soldi, figurati se li mando chissà dove per avere in cambio un foglio prestampato e finanziare i viaggi e gli spot televisivi di associazioni lontane! Saranno bravi ma io non li conosco!".

Cuore di bimba

Marika sgattaiolò fuori dalla porta come un gattino arrabbiato e gridò che il papà non sapeva niente, che il Gruppo Missioni era composto da famiglie e persone normali che sapevano benissimo come e dove venivano utilizzati i soldi ricevuti e si pagavano da soli i viaggi per andare a vedere che fosse fatto tutto bene e che da più grande sarebbe andata con loro come avevano già fatto alcuni altri bambini e ragazzi della parrocchia!

Quando smise di parlare era tutta rossa in viso per l'agitazione e perché aveva urlato tutto di fila senza prender aria per paura di essere interrotta e non poter dire la sua verità. Adesso tremava e le veniva da piangere: sapeva che una bambina buona non deve parlare così ai genitori e si aspettava di prenderle. Invece il papà le si avvicinò e le chiese scusa, le disse che lei aveva sicuramente sbagliato a reagire così e per questo sarebbe stata in punizione per tutta la settimana ma che anche lui aveva sbagliato a parlare senza conoscere bene il gruppo missioni. Poi sospirò e disse: "però anche se non servono tanti soldi noi non navighiamo nell'oro e non possiamo essere sicuri di poter dare il nostro contributo tutti gli anni. Se l'anno prossimo non potessimo farlo dovremmo smettere di aiutare il bambino o la bambina adottato a distanza, ti sembra giusto?" e mentre glielo diceva la abbracciava forte.

Marika annuì rassegnata: il papà aveva finalmente capito, ma anche lei doveva accettare che a volte ci sono cose che non si possono proprio fare. A sorpresa però intervenne la zia e rivolgendosi al papà di Marika disse: "forse una soluzione c'è. Ieri Gianni mi diceva che il gruppo sta sostenendo le cure ad alcune bambine che si sono ammalate. Potremmo mandare qualcosina così le aiutiamo. Non è un'adozione a distanza e non richiede un impegno costante ma Marika sarebbe felice e noi faremmo del bene...".

Marika non se lo fece ripetere, corse a rompere il suo salvadanaio e il giorno dopo, orgogliosissima, andò con tutta la famiglia nella segreteria parrocchiale a consegnare direttamente al parroco e al rappresentante del gruppo missioni i suoi sudati risparmi ed i 50 euro messi da parte dai genitori per il suo regalo di Natale. I soldi erano in una busta con su scritto "per le bambine indiane ammalate". Dentro c'era anche una letterina di Marika. Accanto a poche righe nel suo inglese elementare aveva fatto tanti disegni del mondo in cui viveva e che voleva descrivere a quelle bimbe che immaginava tristi e ammalate.

Il nuovo mondo di Marika

Buona strada, Marika!

A sorpresa però non aveva disegnato il mondo del suo vecchio paese ma quel nuovo mondo che forse non era come le strade dove era cresciuta ma che adesso le appariva comunque bello perché aveva capito di essere fortunata ad avere una famiglia, una tavola con piatti sempre pieni, l'acqua dal rubinetto, una sorellina che ora stava bene, delle amichette che in fondo a conoscerle erano "ok" e la vicinanza di persone tanto generose verso chi ha bisogno. Marika era felice, vedeva con occhi nuovi il suo mondo e ogni giorno si impegnava come poteva: risparmiando sui capricci e facendo la brava e volonterosa coccinella, sognando un giorno di partire per l'India come un reparto aveva fatto qualche anno prima per aiutare il gruppo a realizzare un progetto.

La risposta impiegò molti mesi ad arrivare dall'India. Marika però non era più una bimba impaziente: aveva spedito un pezzettino del suo cuore a due bambine lontane e se ogni tanto si sentiva malinconica le bastava guardare il cielo, chiudere gli occhi e pensare alle sue piccole amichette a distanza. Poi, proprio il giorno del suo compleanno, giunse una letterina per lei e grande fu la gioia di Marika nel riceverla direttamente dalle mani del responsabile del gruppo, durante un incontro dei sostenitori. C'erano tanti disegni e parole colorate scritte con lettere strane che lei non conosceva: le bambine avevano voluto esprimerle la loro gratitudine in Indù, la loro lingua, e poi adulti gentili l'avevano tradotta. I disegni del suo mondo avevano aiutato a star meglio due bambine lontane: Marika adesso era felice, semplicemente e totalmente felice.

FINE

Lo sai che...

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